sabato 21 giugno 2008

Anatoli Ugorski, genio eccentrico del pianoforte

Mercoledì 18 giugno la Società dei Concerti ha chiuso la propria stagione 2007/2008 con il recital del pianista russo Anatoli Ugorski.
Nella prima parte abbiamo ascoltato le Sei Bagatelle op. 126 di Beethoven e i Trois Muovements de Petrushka di Stravinskij, trascrizione per piano di musiche del celebre balletto, elaborate appositamente per Artur Rubinstein: nell'interpretazione di quest'opera Ugorski è stato abilissimo, ha mostrato potenza e coloritura sonora, ha sfoggiato un'abilità tecnica non comune.
Nella seconda parte Ugorski si è fatto poeta con le Quattro Mazurke op. 17 di Chopin. Nuovo saggio di abilità e sensibilità nei Dodici Studi op. 25, sempre di Chopin, interpretati con brio ed eleganza. Ugorski è artista eccentrico e dotato di simpatia umana. La sua carriera è decollata tardi, nonostante un talento precocissimo, a causa del sabotaggio subito nell'ex Unione Sovietica, dove era tacciato di "attività concertistica tendenziosa" e relegato a suonare in asili, scuole, accampamenti di minatori.
Nel concerto di Milano è accaduto un fatto curioso: al termine del decimo dei dodici studi di Chopin è arrivato, fulmine a ciel sereno, un catastrofico applauso fuori tempo del pubblico. Tanto è bastato a fare perdere la concetrazione e l'attenzione dell'artista, che non è più stato capace di ricordare l'attacco del successivo studio n. 11. Ugorski ha provato e riprovato, ha cercato di ripartire dagli studi precedenti, sperando di ritrovare il filo perduto, ma non vi è stato nulla da fare. Tutta la nostra simapatia e stima deve essere attribuita a questo artista che, nonostante l'errore del pubblico, ha cercato di continuare, di ritrovare quell'attacco che lo avrebbe condotto alla fine dell'opera. Nota di demerito invece per il clima generale della sala, non solo per l'applauso fuori tempo ma per la rumorosità di fondo, superiore all'usuale. Il presidente di Società dei Concerti, Antonio Mormone, da vero galantuomo, è corso in soccorso dell'amico Anatoli, abbracciandolo con calore, precisando che l'applauso anticipato è stato il primum movens del vuoto di memoria: tutte le qualità umane di simpatia e spontaneità del pianista sono emerse. Conclusione con un bis di Scriabin, Preludio e notturno per la mano sx.

sabato 14 giugno 2008

Alexander Romanovsky, un grandissimo talento per la chiusura del "Michelangeli"


Il 12 giugno scorso correva il tredicesimo anniversario della scomparsa di Arturo Benedetti Michelangeli. Il Festival di Brescia e Bergamo, dedicato al grandissimo pianista, lo ha ricordato, come ogni anno, con il concerto conclusivo: al Teatro Grande di Brescia si è esibito in uno splendido recital chopiniano il giovane pianista Alexander Romanovsky. Nato in Ucraina nel 1984, Romanovsky vive in Italia da circa 10 anni, frequentando l'Accademia pianistica di Imola; da un anno è anche spesso a Londra, al Royal College of Music. Vincitore del Premio Busoni nel 2001, Romanovsky è sempre più ascritto tra i grandissimi pianisti contemporanei: non è un caso l'incisione nell'ottobre del 2007 del suo primo CD con la prestigiosa etichetta DECCA. In alcune recenti interviste con la stampa italiana (dove la musica classica è sempre più relegata in una nicchia...) ha dato prova di grande maturità e comprensione della triste situazione musicale del nostro Paese: “Le istituzioni latitano, i Conservatori sono pieni di cattivi insegnanti, la musica classica non si insegna nelle scuole, il pubblico fatica a rinnovarsi. E la politica si disinteressa totalmente della cultura”; ed ancora, sulle stagioni musicali: "Sono basate esclusivamente su grandi nomi che ormai non sono più all’altezza della loro fama. All’estero non è così. D’altronde, spesso quelli che si occupano della programmazione non sono musicisti. E in molti casi sono decisamente incompetenti: la qualità dei concerti ne risente, e il pubblico diminuisce”.
Non è fortunatamente il caso del Festival Michelangeli, sempre bene organizzato e capace di proporre concerti con autentici "mostri sacri" (vedi quest'anno Sokolov, Kremer, Temirkanov) e serate con giovani ma già affermatissimi interpreti. Il concerto di Alexander Romanovsky è stato senz'altro tra i migliori di questa edizione: il suo Chopin è stato semplicemente splendido e coinvolgente, emozionante. In apertura i Notturni op. 9 n. 1 e 2: sonorità rarefatte, grande sensibilità interpretativa, trepidante lirismo. E' stata poi la volta della Sonata n.3 op. 58 in si minore: un saggio dello straordinario talento di questo giovane! Siamo davvero di fronte ad un grandissimo pianista, dotato di una tecnica non comune, quasi strabiliante (vedi il brillantissimo Finale) e di una finezza e sensibilità espressiva profonde, da artista maturo. Nella seconda parte Romanovsky ha aperto con la pura bellezza della Ballata n.2 in fa maggiore op. 38, per proseguire con l'anima nazionale delle Quattro Mazurche op. 30 e con l'aristocratica brillantezza dei Tre Valzer op. 70; in conclusione lo Scherzo n.1 in si minore op. 20, dibattuto tra l'impetuosità dell'apertura e della chiusura (terreno fecondo per l'agilità virtuosa di Romanovsky) e la dolcezza malinconica della sezione centrale (occasione per l'ennessima conferma del tocco magico del giovane pianista). Sono seguiti tre bis: il Notturno n. 20 op. postuma e la Mazurca op. 68 n.2, entrambi di Chopin; infine un frizzantissimo divertissement di Rachmaninov. Calorosi gli applausi del pubblico, finalmente più silenzioso rispetto ai concerti precedenti. Una grande serata e la certezza di avere ascoltato un pianista in cui ad una prodigiosa tecnica si associa un animo poetico e sensibile. Di questi tempi è una splendida notizia.

giovedì 12 giugno 2008

Rudolf Buchbinder, "beethoveniano" di ferro...

Che gioia riascoltare, assaporare nota dopo nota, per la terza volta in pochi mesi, quel grandissimo interprete che è il pianista austriaco Rudolf Buchbinder. A febbraio splendido interprete dei concerti di Mozart con l'Orchestra della Svizzera Italiana; ad aprile protagonista di un magistrale concerto per piano e orchestra di Beethoven con l'Orchestra Filarmonica del Lussemburg; ieri sera in recital solistico a Milano per Società dei Concerti.
Tutto di Beethoven lo splendido e classicissimo programma: la Sonata in re minore op. 31 n. 2 "Tempesta"; la Sonata in mi bemolle maggiore op. 31 n. 3; nella seconda parte la Sonata in fa maggiore op. 10 n. 2 e la bellissima Sonata in do maggiore op. 53 "Waldstein".
Buchbinder è interprete beethoveniano di riferimento e ne ha dato ampia dimostrazione nel bellissimo concerto di ieri sera. Pianista davvero eccezionale, Buchbinder, partendo da una piena padronanza tecnica dello strumento, che rende naturali i passaggi più impegnativi, si concentra interamente sull'espressività, cercando di ricavare non solo nudi suoni dallo strumento ma atmosfere, sfumature, colori. Con un suono sempre preciso e pulito, ha dato prova di grande potenza e di estrema finezza interpretativa, con un ventaglio amplissimo di modulazione del suono, dai pianissimi appena sussurrati alle esplosioni di note, sempre di purezza cristallina. Una serata in cui ogni sonata è stata interpretata in modo ineccepibile, sino alla straordinaria conclusione con una "Waldstein" di sibaritica bellezza, che ha strappato applausi entusiastici e quanto mai meritati. Come bis l'intero finale della Sonata op. 13 n. 8 di Beethoven.

mercoledì 4 giugno 2008

Royal Philarmonic Orchestra, successo con Axelrod a Brescia


Ieri, 3 giugno, atteso concerto a Brescia per il Michelangeli, ospite una delle maggiori orchestre mondiali, la Royal Philarmonic Orchestra. Purtroppo si sono registrate due annunciate defezioni, quella del Direttore Daniele Gatti per una indisposizione e quella del pianista Yundi Li. Di Daniele Gatti, Direttore musicale della RPO, è ben noto il valore: già lo abbiamo apprezzato alla testa dei Wiener Philarmoniker a Torino lo scorso autunno. Destava curiosità Yundi Li, pianista cinese classe 1982, vincitore del Premio Chopin nel 2000: nel suo caso è stata annullata l'intera tournee con la RPO. Fortunatamente... è restata almeno l'orchestra, con il suo suono pulito, la sua potenza espressiva, gli ottimi archi. Invariato il programma: la Ouverture "Tragica" di Brahms e il Concerto in sol per piano e orchestra di Ravel nella prima parte; la splendida Prima di Brahms nella seconda parte.
Il Direttore Statunitense John Axelrod, accasato a Lucerna, si è rivelato una buona scelta, capace di valorizzare le grandi possibilità della RPO, nonostante il poco tempo per le prove. Da noi già ascoltato a Milano con la Sinfonica di Lucerna nel concerto di Fazil Say, Axelrod ha confermato i suoi pregi: una direzione esuberante, sicura, fluida, che ha guidato la RPO in una bellissima Prima di Brahms. Un Direttore sicuramente all'altezza di questa grande orchestra. Purtroppo non possiamo dire altrettanto per il pianista, l'austriaco Marcus Schirmer; sulla carta un discreto curriculum, nella prova dei fatti si è cimentato in modo piuttosto deludente con il Concerto di Ravel. Un pianista discreto, tuttavia dotato di una tecnica non eccelsa, poco affiatato con l'orchestra, anche per colpa di una sostituzione dell'ultimo minuto che non ha certo giovato. Molto piatta la sua esecuzione: di non grande potenza il primo e l'ultimo movimento, un disastro il secondo movimento, risultato, nella parte pianistica, uniforme, privo di sentimento, di sfumature, a tratti anche impreciso nell'esecuzione. Nota di demerito anche per il clima generale della serata: pubblico in parte delle piccole occasioni, rumoroso, tossicoloso, per non dire del trillo di cellulare. Terrribile perfino il fotografo accreditato che, nel bel mezzo del concerto, ha tranquillamente atttraversato la platea per portarsi nelle prime file e, accovacciato al suolo, scattare una raffica di immagini in primissimo piano: lo guardavano allibiti alcuni violinisti dell'orchestra... Anche questa è, purtroppo, Italia.

lunedì 2 giugno 2008

Lo Chopin di Louis Lortie al Michelangeli


Ieri, 1 giugno, il Teatro Grande di Brescia ha ospitato, per il Festival Michelangeli, il pianista canadese Lousi Lortie. Di lui il Financial Times scrisse: "un Chopin migliore di questo non può essere sentito da nessun'altra parte". Giudizio assolutistico e come tale opinabile: vogliamo forse dire che lo Chopin di Sokolov, o di Luganski o del giovane Blechacz sono inferiori?
Louis Lortie si è presentato con un programma tutto dedicato al compositore polacco. Ha aperto il concerto con i Dodici Studi op. 10: una buona esecuzione, anche se con poca poesia nel celeberrimo n.3. Pubblico alquanto rumoroso: un cellulare è inopinatamente squillato durante un pianissimo e gli accessi tussigeni sono stati frequenti e variegati; con uno sguardo molto eloquente al pubblico "sanatoriale" Lortie ha fatto giustamente capire che un po' più di silenzio e concentrazione erano graditi e le cose sono un po' migliorate. Nella seconda parte abbiamo asccoltato i Tre nuovi studi opera postuma e i Dodici Studi op. 25. Il pubblico ha molto gradito ed è stato premiato con due bis: la Ballata n.1 in sol minore op. 23 di Chopin e L'isle joyeuse di Debussy. Molto belli i due bis e molto ben interpretati da Lortie, personalmente più graditi dell'intero concerto. Nota di merito allo splendido pianoforte Fazioli con cui Lortie si è esibito, ringraziando l'ing. Paolo Fazioli, presente in sala, per il "sontuoso gioiello" messo a disposizione per il concerto.

domenica 1 giugno 2008

Gidon Kremer grandissimo protagonista a Brescia


Venerdì 30 maggio il Grande di Brescia ha ospitato, per il Festival Michelangeli, un concerto di primissimo rango: Gidon Kremer e la "sua" orchestra da camera, la Kremerata Baltica. Dopo il concerto di Pavia con Pletnev e la Russian National Orchestra è la seconda occasione nel volgere di poco tempo in cui abbiamo il piacere di ascoltare quello straordinario artista che è Gidon Kremer. A Brescia ha proprosto il Concerto in re maggiore op. 61 per violino e orchestra di Beethoven. Interpretazione originalissima perché Kremer ha proposto le cadenze di Alfred Schnittke: eminentemente virtuosistiche e di estrema difficoltà quelle dei primi due movimenti; molto affascinante quella del terzo movimento, in cui su un "ostinato" del violino si inseriscono prima i violini, poi i violoncelli, ognuno suonando da solista, creando un effetto che ricorda il volo di insetti, in modo davvero originale (non certo alla portata di tutte le orchestre da camera...). Kremer ha suonato il suo violino Amati con una classe sopraffina: il suono è lucente e fluido, l'intonazione perfetta, il fraseggio raffinato. Ogni ornamento, ogni trillo, ogni passaggio vituosistico del concerto sono sempre resi con la massima naturalezza ed intellegibilità.
Non minore il valore della Kremerata Baltica, orchestra da camera fondata da Gidon Kremer nel 1997 e composta da giovani musicisti di Estonia, Lettonia e Lituania. Nella prima parte del cocnerto hanno proposto Company del compositore vivente Philip Glass: breve composizione, minimalista, basata sullo sviluppo di piccole celle tematiche, di difficile esecuzione, proposta ai massimi livelli dalla Kremerata Baltica. Sempre nella prima parte abbiamo ascoltato le più note Variazioni su un tema di Frank Bridge op. 10 di Benjamin Britten: confermate le eccellenti qualità della Kremerata Baltica, che ha fornito un saggio di bravura in una composizione che vuole mostrare tutte le possibilità espressive degli archi. Ogni musicista della Kremerata è un eccellente artista, l'affiatamento del gruppo è perfetto: nella prima parte del concerto la Kremerata Baltica ha suonato senza direttore ed anche nel Concerto di Beethoven Kremer si è limitato ad accennare alcuni attacchi; nessuna sbavatura per i bravi musicisti. Suono pieno e articolato, estremo equilibrio tra tutte le sue componenti, la Kremerata è tra le migliori orchestre da camera: in verità molte orchestre sinfoniche avrebbero reso un concerto di Beethoven più opaco...
Calorosi gli applausi del pubblico per Kremer, che ha chiuso la serata con un brano di Sibelius come bis.