Dopo lo splendido concerto di Janine Jansen, ieri sera è stata la volta di un altro giovane e brillante violinista, Daniel Hope: non più una promessa ma una affermata grande realtà del panorama internazionale, da un anno nella scuderia di Deutsche Grammophone. Ieri sera si è esibito a Milano all'Auditorium di Largo Mahler, insieme all'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, diretta da Vladimir Fedoseyev. L'ennesimo grande solista che sceglie di esibirsi con la Verdi, bellissima realtà nel panorama musicale italiano, delle cui difficoltà si è già scritto in un precedente post, difficoltà legate a finanziamenti promessi e mai arrivati. Difficoltà che non fermano i bravi musicisti della Verdi, che è stata invitata dalla Presidenza della Repubblica a tenere un concerto in Vaticano in occasione del prossimo anniversario del pontificato di Benedetto XVI. Speriamo che questo invito prestigioso sia il segno di un cambiamento: le istituzioni hanno il dovere di supportare una grande realtà culturale come l'orchestra Verdi.
Il concerto di ieri sera si è aperto con il difficile concerto n.1 per violino e orchestra op. 77 di Dmitrij Sostakovic: Daniel Hope protagonista assoluto, capace di una ottima interpretazione. L'opera si è snodata tra melodie malinconiche e sognanti, momenti di magniloquenza dell'orchestra, virtusosismi del violinista, dialoghi tra il solista e l'orchestra, in un'opera di difficilissima esecuzione, che ha pienamente convinto. Ottimo Daniel Hope, meritatamente tra i grandi interpreti del suo strumento. Conclusione con un bis intimo e toccante, la Preghiera per un defunto ebraico di Ravel.
Nella seconda parte l'orchestra ha interpretatao la Sinfonia n. 4 di Cajkovskij. Molto buona la direzione di Fedoseyev, che ha condotto la Verdi con sicurezza e attenzione. Splendida la sinfonia e convincente l'esecuzione dell'orchestra. Imponente il primo movimento, dominato dagli emozionanti interventi dei fiati, che sembrano evocare le trombe del Giudizio Universale. Sognante e malinconico l'andantino. Ardito e vivace il pizzicato del terzo movimento. Scintillante e trionfale il movimento concclusivo della sinfonia. Applausi calorosi e giusto tributo a tutte le sezioni dell'orchestra. W la Verdi!
venerdì 29 febbraio 2008
mercoledì 27 febbraio 2008
Janine Jansen, l'arte di suonare il violino

Janine Jansen, giovane violinista olandese dal curriculum straordinario, è senza dubbio tra i più grandi interpreti del suo strumento. Questa la certezza che abbiamo riportato dal concerto di ieri sera a Milano in Conservatorio. Che fosse brava lo si era capito dai suoi dischi e dalle recensioni della stampa specializzata; l'ascolto dal vivo è stato entusiasmante ed ha confermato ed ampliato le già grandi aspettative. Insiema alla Jansen si sono esibiti il violista Maxim Rysanov (da noi già ascoltato in trio con Maisky) ed il violoncellista Torleif Thedéen: due eccellenti interpreti, anche loro grandi protagonisti del concerto di ieri sera, nonchè di un ottimo CD Decca in cui la Jansen ha fissato con loro tutto il programma bachiano ascoltato ieri sera, programma con cui i tre stanno esibendosi nelle sedi più prestigiose.
Apertura di serata con le 15 Invenzioni a due voci di Johann Sebastian Bach: pagina concepita per strumenti a tastiera, presentata in trascrizione per violino e viola. Subito si è capita la classe interpretativa di Janine Jansen, in un dialogo armonioso con la viola di Rysanov.
A seguire lo String Trio di Alfred Schnittke, sul palco tutti i tre interpreti. Si tratta di una pagina musicale davvero affascinante: l'interpretazione offerta ieri sera è stata magistrale, ha esaltato, nella difficoltà della composizione, le capacità tecniche e virtuosistiche di tutti i tre artisti. Tutta la livida drammaticità dell'opera è stata fatta rivivere, in una esecuzione carica di tensione. Momenti di massima potenza sonora si sono alternati a sonorità inconsuete, pianissimi ai limiti della percezione.
Nella seconda parte del concerto Janine Jansen è stata protagonista assoluta della Partita n°2 in re minore per violino solo di Bach, celeberrima per la contrappuntistica ciaccona finale. Esecuzione straordinaria, dolce, ricca di sfumature, nitida nel suono, in cui il virtuosismo della solista è stato finalizzato all'interpretazione e all'emozione; una pagina musicale che ha rapito l'attenzione del pubblico, attento e concentrato, entusiasta nel tributare il giusto riconoscimento finale.
A conclusione del lungo programma della serata, quasi due ora di musica, sempre Bach, con la Sinfonia a tre voci BWV 787 - 801: di nuovo protagonisti tutti i tre musicisti, di nuovo una grandissima prova interpretativa, un grande Bach. Eccellenti le capacità di dialogo strumentale dei tre, affiatati in tutto l'arco della serata.
Nota conclusiva per gli splendidi strumenti suonati dai nostri: un violino Stradivari "Barrere" 1727; una viola Guadagnini del 1780; un violoncello Tecclar del 1711. Tre strumenti della grande liuteria classica, nelle mani di tre grandi artisti.
giovedì 21 febbraio 2008
Rudolf Buchbinder e i Concerti di Mozart a Milano
Rudolf Buchbinder è un altro pianista superlativo, dal curriculum di estremo prestigio. Ieri sera ha iniziato a Milano in Conservatorio, insieme all'Orchestra della Svizzera Italiana, una serie di 3 concerti tutti mozartiani: tornerà ad esibirsi a Milano il 22 e 27 febbraio, quindi replicherà con lo stesso programma a Lugano.
Ieri sera abbiamo avuto il privilegio di essere tra il pubblico del primo appuntamento, in una Sala Verdi da tutto esaurito. In programma i concerti per piano e orchestra K453, K482 e K466. Buchbinder è stato impegnato nel duplice ruolo di solista e direttore. La sua interpretazione è stata incantevole, vivace, avvolgente, nitida, supportata da una ottima tecnica e da una grande comprensione dell'opera mozartiana. Bellissimi i movimenti lenti dei 3 concerti, interpretati da Buchbinder con notevole sensibilità e capacità evocativa. Anche l'orchestra si è contraddistinta per una ottima esecuzione, cosa che non sorprende in quanto trattasi di una delle migliori orchestre nel repertorio cameristico. Il doppio ruolo giocato da Buchbinder ha giovato al dialogo tra orchestra e pianoforte, un dialogo fatto di richiami, di temi e melodie che si rincorrono; un dialogo frutto di una collaborazione di vecchia data tra Buchbinder e l'Orchestra della Svizzera Italiana. E' sorprendente la facilità con cui il pianista ha suonato e diretto, sempre attento all'orchestra, anzi spesso con lo sguardo rivolto agli orchestrali più che alla tastiera: segno chiaro di una conoscenza profondissima, diremmo perfetta, dell'opera presentata. Con queste premesse, l'esecuzione di ieri sera non poteva non essere stupenda quale si è rivelata.
Ieri sera abbiamo avuto il privilegio di essere tra il pubblico del primo appuntamento, in una Sala Verdi da tutto esaurito. In programma i concerti per piano e orchestra K453, K482 e K466. Buchbinder è stato impegnato nel duplice ruolo di solista e direttore. La sua interpretazione è stata incantevole, vivace, avvolgente, nitida, supportata da una ottima tecnica e da una grande comprensione dell'opera mozartiana. Bellissimi i movimenti lenti dei 3 concerti, interpretati da Buchbinder con notevole sensibilità e capacità evocativa. Anche l'orchestra si è contraddistinta per una ottima esecuzione, cosa che non sorprende in quanto trattasi di una delle migliori orchestre nel repertorio cameristico. Il doppio ruolo giocato da Buchbinder ha giovato al dialogo tra orchestra e pianoforte, un dialogo fatto di richiami, di temi e melodie che si rincorrono; un dialogo frutto di una collaborazione di vecchia data tra Buchbinder e l'Orchestra della Svizzera Italiana. E' sorprendente la facilità con cui il pianista ha suonato e diretto, sempre attento all'orchestra, anzi spesso con lo sguardo rivolto agli orchestrali più che alla tastiera: segno chiaro di una conoscenza profondissima, diremmo perfetta, dell'opera presentata. Con queste premesse, l'esecuzione di ieri sera non poteva non essere stupenda quale si è rivelata.
lunedì 18 febbraio 2008
La Leggenda di Martha Argerich a Milano
Prosegue a tambur battente il nostro mese di febbraio, ricco di appuntamenti concertistici di grande interesse e rilievo. Ieri sera eravamo tra il pubblico del Conservatorio di Milano: ospite di Serate Musicali Martha Argerich, insieme ai pianisti Nelson Goerner ed Eduardo Hubert.
Martha Argerich ha iniziato ieri un ciclo di dieci concerti, suddivisi tra Milano, Roma, Napoli, Cagliari e Crotone, dedicati a Vincenzo Scaramuzza, pianista, didatta e compositore crotonese, di cui ricorre il 40° anniversario della scomparsa e del quale la Argerich è stata allieva. Sempre in tale ciclo di concerti si inserisce il vicino appuntamento all'Auditorium Mahler con l'Orchestra Verdi, dove saremo sempre presenti.
Originale e di raro ascolto il programma proposto ieri sera. Nella prima parte inzio con la Sonata a quattro mani K 381 di Mozart (Argerich - Goerner); quindi la Petite Suite pour 4 mains Di Debussy (Hubert - Goerner); poi la Romance pour 6 mains di Rachmaninov (con tutti i tre pianisti impegnati). Seconda parte aperta da 3 brani di Astor Piazzola: 3 minutos con la realidad - Oblivion - Libertango (elaborazioni per due pianoforti, Argerich - Hubert). A seguire il Danzon Cubano per due pianoforti di Copland (Goerner - Hubert). Chiusura di serata con Rachmaninov, Danze sinfoniche per due pianoforti (Argerich - Goerner). Pubblico entusiasta ed acclamante (a parte il solito nutrito gruppo, consuetudine per Milano, che lascia di corsa la sala poco dopo l'ultima nota dell'ultima opera in programma: uno spettacolo davvero deplorevole, indice di un modo "mordi e fuggi" di concepire un concerto, per andare poi chissà dove, così di fretta).
Certamente validi i due pianisti che hanno accompagnato la Argerich ieri sera, in particolare convincente ci è parso Nelson Goerner; due pianisti di grande potenza sonora, forse a tratti un po' eccessiva. Certo non è facile suonare, quando si esibisce in contemporanea Martha Argerich! Il confronto diretto con due pur ottimi pianisti fa emergere ancor più la classe della grandissima pianista argentina: si capisce appieno perché ella sia una autentica Leggenda vivente del pianismo. Ogni suo concerto è un evento, ogni nota da lei suonata è poesia, è arte, è sogno... Anche in un concerto particolare come quello di ieri tutta la sua classe ha brillato in modo fulgido, esprimendo le sue doti di pianista unica.
Martha Argerich ha iniziato ieri un ciclo di dieci concerti, suddivisi tra Milano, Roma, Napoli, Cagliari e Crotone, dedicati a Vincenzo Scaramuzza, pianista, didatta e compositore crotonese, di cui ricorre il 40° anniversario della scomparsa e del quale la Argerich è stata allieva. Sempre in tale ciclo di concerti si inserisce il vicino appuntamento all'Auditorium Mahler con l'Orchestra Verdi, dove saremo sempre presenti.
Originale e di raro ascolto il programma proposto ieri sera. Nella prima parte inzio con la Sonata a quattro mani K 381 di Mozart (Argerich - Goerner); quindi la Petite Suite pour 4 mains Di Debussy (Hubert - Goerner); poi la Romance pour 6 mains di Rachmaninov (con tutti i tre pianisti impegnati). Seconda parte aperta da 3 brani di Astor Piazzola: 3 minutos con la realidad - Oblivion - Libertango (elaborazioni per due pianoforti, Argerich - Hubert). A seguire il Danzon Cubano per due pianoforti di Copland (Goerner - Hubert). Chiusura di serata con Rachmaninov, Danze sinfoniche per due pianoforti (Argerich - Goerner). Pubblico entusiasta ed acclamante (a parte il solito nutrito gruppo, consuetudine per Milano, che lascia di corsa la sala poco dopo l'ultima nota dell'ultima opera in programma: uno spettacolo davvero deplorevole, indice di un modo "mordi e fuggi" di concepire un concerto, per andare poi chissà dove, così di fretta).
Certamente validi i due pianisti che hanno accompagnato la Argerich ieri sera, in particolare convincente ci è parso Nelson Goerner; due pianisti di grande potenza sonora, forse a tratti un po' eccessiva. Certo non è facile suonare, quando si esibisce in contemporanea Martha Argerich! Il confronto diretto con due pur ottimi pianisti fa emergere ancor più la classe della grandissima pianista argentina: si capisce appieno perché ella sia una autentica Leggenda vivente del pianismo. Ogni suo concerto è un evento, ogni nota da lei suonata è poesia, è arte, è sogno... Anche in un concerto particolare come quello di ieri tutta la sua classe ha brillato in modo fulgido, esprimendo le sue doti di pianista unica.
mercoledì 13 febbraio 2008
Alexander Lonquich, straordinario concerto a Parma
Auditorium Niccolò Paganini, Parma, ieri sera. Splendida cornice, il piccolo gioiello architettonico di Renzo Piano, per un grande concerto. Protagonista è Alexander Lonquich, pianista tedesco "solido" e concreto, protagonista di un grande concerto di piano solo.
Apertura di serata con Chopin, Preludio in do diesis minore op. 45. A seguire il Libro secondo dei Preludi di Debussy: qui l'interpretazione di Lonquich ha saputo toccare vette altissime, rivelando una capacità sconfinata di controllo della nota, a volte appena sfiorata in pianissimo, a volte "tenuta" sino a farla spegnere dolcemente; tecnica prodigiosa, supportata da una grande sensibilità.
La seconda parte si è aperta con un'opera fuori programma: uno Schumann, certamente, che non abbiamo saputo identificare. In seguito, come previsto, la Kreisleriana op. 16, sempre di Schumann, ennesima riprova del grande talento di Alexander Lonquich.
Pianista dal curriculum di grande prestigio, è stato ieri sera da noi scoperto in un recital solistico, dopo averlo ascoltato e apprezzato negli anni scorsi nei concerti di Mozart, insiema all'Orchestra da Camera di Mantova. Pianista concreto, si diceva in apertura: Lonquich si è offerto senza risparmio al pubblico del Paganini, con entusiasmo, senza vezzi, suonando in modo eccellente, convincendo su tutti i fronti.
Apertura di serata con Chopin, Preludio in do diesis minore op. 45. A seguire il Libro secondo dei Preludi di Debussy: qui l'interpretazione di Lonquich ha saputo toccare vette altissime, rivelando una capacità sconfinata di controllo della nota, a volte appena sfiorata in pianissimo, a volte "tenuta" sino a farla spegnere dolcemente; tecnica prodigiosa, supportata da una grande sensibilità.
La seconda parte si è aperta con un'opera fuori programma: uno Schumann, certamente, che non abbiamo saputo identificare. In seguito, come previsto, la Kreisleriana op. 16, sempre di Schumann, ennesima riprova del grande talento di Alexander Lonquich.
Pianista dal curriculum di grande prestigio, è stato ieri sera da noi scoperto in un recital solistico, dopo averlo ascoltato e apprezzato negli anni scorsi nei concerti di Mozart, insiema all'Orchestra da Camera di Mantova. Pianista concreto, si diceva in apertura: Lonquich si è offerto senza risparmio al pubblico del Paganini, con entusiasmo, senza vezzi, suonando in modo eccellente, convincendo su tutti i fronti.
lunedì 11 febbraio 2008
Mirijam Contzen e Filarmonica Arturo Toscanini a Piacenza
Nuovo concerto ieri sera, questa volta al Teatro Municipale di Piacenza. In scena Mirijam Contzen, giovane e già affermata violinista, impegnata nel concerto per violino e orchestra di Alban Berg, insieme alla Filarmonica Arturo Toscanini, diretta da un giovane e promettente direttore, Tomas Netopil. Concerto impegnativo, per l'ascoltatore e, certamente assai di più per il solista: opera tesa ed intensa, di non immediata comprensione, ricca di spunti virtuosi, sempre funzionali all'espressività globale, in cui la Contzen si è cimentata con professionalità e bravura.
L'orchestra ha invece aperto la serata con la bella Passacaglia per orchestra op. 1 di Anton Webern. Seconda parte del concerto dedicata alla Sinfonia n°5 Riforma di Mendelssohn: ed è in questa parte che l'orchestra ha fornito la prova più convincente della serata, in una esecuzione globale di buon livello, in tutte le parti dell'orchestra, con un buon affiatamento ed equilibrio, interpretando l'opera con austerità e vigore.
L'orchestra ha invece aperto la serata con la bella Passacaglia per orchestra op. 1 di Anton Webern. Seconda parte del concerto dedicata alla Sinfonia n°5 Riforma di Mendelssohn: ed è in questa parte che l'orchestra ha fornito la prova più convincente della serata, in una esecuzione globale di buon livello, in tutte le parti dell'orchestra, con un buon affiatamento ed equilibrio, interpretando l'opera con austerità e vigore.
sabato 9 febbraio 2008
Sol Gabetta, la magia del violoncello
Il concerto di ieri sera ci ha visti impegnati in casa, al Teatro Ponchielli di Cremona, dove si è esibita l'Orchestra da Camera di Mantova (OCM per gli amici), in un programma tutto haydniano: la Sinfonia n°1, il Concerto n° 1 per violoncello, il Concerto in re maggiore per pianoforte, la Sinfonia n° 44 Trauer-Symphonie.
L'OCM è compagine fondata nel 1981 e rappresentata una bella realtà nel talvolta triste panorama musicale italiano. Trattasi infatti di un gruppo affiatato di buoni musicisti, che suonano con gusto e divertimento, con passione e professionalità, sovente accompagnando solisti di chiara fama. Alle spalle dell'OCM il supporto di un gruppo di fedelissimi abbonati e sostenitori. Convincente è stata la performance di ieri sera, con un programma che sembrava tagliato su misura per le caratteristiche dell'orchestra. Ottimo il primo violino Carlo Fabiano, che funge anche da direttore e "trascinatore" di tutto il gruppo.
La vera stella del concerto è stata Sol Gabetta, giovane e affascinante violoncellista, classe 1981, argentina di nascita ma cittadina del mondo, già affermata tra i grandi interpreti: numerose le recensioni favorevoli e grande successo per il suo primo CD, edito nel 2006 da Sony BMG. Sol Gabetta è apparsa in ottima sintonia con l'orchestra ed ha suonato con grande capacità tecnica ed ispirazione, capace di esprimere il meglio dal proprio violoncello Guadagnini del 1759, ottenendo un suono caldo e levigato, elegante ed ardente. Il pubblico è rimasto ammaliato dall'esibizione ed ha tributato un meritatissimo consenso, premiato da due bis, Dolcissimo di Peteris Vasks e la ripetizione dell'ultimo movimento del concerto di Haydn.
Difficile calcare il palcoscenico dopo tale solista deve essere stato per il giovane pianista ventiduenne Gabriele Carcano: un po' scolastica la sua versione del concerto di Haydn. Trattasi comunque di un giovane alla prima tournee con un orchestra, giusto quindi sostenerne l'impegno. Anche qui un bis, Gymnopédie di Satie.
Infine l'OCM ha chiuso la serata con la Trauer-Symphonie di Haydn, fornendo una esecuzione brillante e vivace. Chiusura della bella serata con l'ultimo bis, il 2° movimento del Divertimento K137 di Mozart
L'OCM è compagine fondata nel 1981 e rappresentata una bella realtà nel talvolta triste panorama musicale italiano. Trattasi infatti di un gruppo affiatato di buoni musicisti, che suonano con gusto e divertimento, con passione e professionalità, sovente accompagnando solisti di chiara fama. Alle spalle dell'OCM il supporto di un gruppo di fedelissimi abbonati e sostenitori. Convincente è stata la performance di ieri sera, con un programma che sembrava tagliato su misura per le caratteristiche dell'orchestra. Ottimo il primo violino Carlo Fabiano, che funge anche da direttore e "trascinatore" di tutto il gruppo.
La vera stella del concerto è stata Sol Gabetta, giovane e affascinante violoncellista, classe 1981, argentina di nascita ma cittadina del mondo, già affermata tra i grandi interpreti: numerose le recensioni favorevoli e grande successo per il suo primo CD, edito nel 2006 da Sony BMG. Sol Gabetta è apparsa in ottima sintonia con l'orchestra ed ha suonato con grande capacità tecnica ed ispirazione, capace di esprimere il meglio dal proprio violoncello Guadagnini del 1759, ottenendo un suono caldo e levigato, elegante ed ardente. Il pubblico è rimasto ammaliato dall'esibizione ed ha tributato un meritatissimo consenso, premiato da due bis, Dolcissimo di Peteris Vasks e la ripetizione dell'ultimo movimento del concerto di Haydn.
Difficile calcare il palcoscenico dopo tale solista deve essere stato per il giovane pianista ventiduenne Gabriele Carcano: un po' scolastica la sua versione del concerto di Haydn. Trattasi comunque di un giovane alla prima tournee con un orchestra, giusto quindi sostenerne l'impegno. Anche qui un bis, Gymnopédie di Satie.
Infine l'OCM ha chiuso la serata con la Trauer-Symphonie di Haydn, fornendo una esecuzione brillante e vivace. Chiusura della bella serata con l'ultimo bis, il 2° movimento del Divertimento K137 di Mozart
mercoledì 6 febbraio 2008
Quartetto Alban Berg a Milano, il congedo di un mito
Ieri sera il Conservatorio di Milano ha salutato il Quartetto Alban Berg. Parliamo di quartetto nella sua essenza più pura e nobile, una formazione che, dalla sua fondazione nel 1971, è simbolo di eccellenza, con un repertorio che spazia dai grandi classici sino ai contemporanei, esibizioni trionfali nelle sale da concerto più prestigiose, incisioni pluripremiate. Un vero "mito", una leggenda della musica da camera che, con la stagione 2007-2008 si congeda dal pubblico, ultima esibizione in luglio a Buenos Aires.
Molto bello il programma proposto ieri sera. Si è iniziato con il quartetto in sol maggiore op. 77 di Haydn; a seguire il Quartetto op. 3 di Alban Berg, doveroso omaggio al compositore di cui la formazione porta il nome; seconda parte occupata dallo splendido Quartetto n. 15 in la minore di Beethoven. L'interpretazione del Quartetto Alban Berg è stata eccezzionale, convincente in ogni aspetto; ogni opera è stata offerta al pubblico con una esecuzione perfetta e calda, precisa e naturale. La padronanza dei quattro artisti sul materiale musicale è assoluta, la musica è plasmata dai loro archetti verso le vette più somme dell'interpretazione. Il Quartetto Alban Berg ha saputo essere lieve come il sussurro del vento in un bosco, impetuoso e cristallino come acqua che si tuffa in una cascata, contemplativo come un cielo trapunto di stelle. Stiamo parlando, d'altronde, di una formazione di eccellenza. Tanto avrebbe ancora da dare alla musica e all'animo degli spettatori il Quartetto Alban Berg, proprio per questo, al di là dell'alone di tristezza, appare ancor più nobile la decisione del congedo, dopo 37 anni di splendore. Ed il pubblico del Consevatorio ha tributato il suo ultimo caloroso applauso: tutti in piedi, in un'ideale abbraccio, stretti attorno ad un mito.
Molto bello il programma proposto ieri sera. Si è iniziato con il quartetto in sol maggiore op. 77 di Haydn; a seguire il Quartetto op. 3 di Alban Berg, doveroso omaggio al compositore di cui la formazione porta il nome; seconda parte occupata dallo splendido Quartetto n. 15 in la minore di Beethoven. L'interpretazione del Quartetto Alban Berg è stata eccezzionale, convincente in ogni aspetto; ogni opera è stata offerta al pubblico con una esecuzione perfetta e calda, precisa e naturale. La padronanza dei quattro artisti sul materiale musicale è assoluta, la musica è plasmata dai loro archetti verso le vette più somme dell'interpretazione. Il Quartetto Alban Berg ha saputo essere lieve come il sussurro del vento in un bosco, impetuoso e cristallino come acqua che si tuffa in una cascata, contemplativo come un cielo trapunto di stelle. Stiamo parlando, d'altronde, di una formazione di eccellenza. Tanto avrebbe ancora da dare alla musica e all'animo degli spettatori il Quartetto Alban Berg, proprio per questo, al di là dell'alone di tristezza, appare ancor più nobile la decisione del congedo, dopo 37 anni di splendore. Ed il pubblico del Consevatorio ha tributato il suo ultimo caloroso applauso: tutti in piedi, in un'ideale abbraccio, stretti attorno ad un mito.
venerdì 1 febbraio 2008
Rafal Blechacz e la Verdi, è grande musica a Milano
Grande concerto ieri sera all'Auditorium Mahler di Milano: protagonista assoluto Rafal Blechacz, ventiduenne pianista polacco, vincitore nel 2005 del Primo Premio al Concorso Chopin di Varsavia. Fresco di un disco appena registrato per DG, Blechacz si è presentato a Milano nel Concerto n° 1 per piano e orchestra di Chopin; quello Chopin che, ha scritto un critico in occasione di una sua esibizione, "gli calza come un guanto". Rafal Blechacz ha saputo convincere in pieno il pubblico dell'Auditorium Mahler: suono preciso e nitido, assoluta capacità di modulare le note, nobiltà nel fraseggio, Blechacz ha suonato con grande maturità e con il giusto impeto della sua giovane età, fornendo una grande e toccante esecuzione chopiniana. Ovazioni del pubblico e due bis, a coronare la prima parte del concerto.
Seconda parte con protagonista assoluta l'Orchestra Verdi diretta da Oleg Caetani, reduce dalla brillante performance fornita nel concerto di Chopin. La Verdi si è cimentata nel Manfred di Caikovskij, opera di rara esecuzione in teatro e, ad onore del vero, di tragica bellezza. Ottima è stata la direzione di Caetani, che da tempo collabora con l'orchestra (notevole infatti l'intesa): la sua direzione è stata sempre precisa ed attenta, capce di enfatizzare i momenti tragici come quelli di maggiore lirismo. Ancora una volta la Verdi si è confermata un'orchestra giovane, intraprendente, valida in tutte le sue compagini, trascinante nell'entusiasmo e nella gioia di far musica insieme che sa comunicare.
A nostro parere la migliore orchestra che abbia Milano, per qualità delle esecuzioni, numero di concerti, ampiezza del repertorio, volontà di crescere, entusiasmo nel suonare, capacità di richiamare grandi solisti, come nel caso del concerto di ieri sera. Che dire allora quando si apprende che la Verdi, che finanzia buona parte della sua attività con i fondi degli abbonamenti, dei biglietti e dei soci, non versa in una buona situazione economica, non certo perché ha scialacquato denaro, ma perchè un'orchestra costa, ed è doveroso che chi di dovere la supporti ed invece non lo fa? Che dire del fatto che i suoi orchestrali sono da mesi senza stipendio? Per lo più che alla Verdi basta poco per andare avanti, gocce nel mare dei finanziamenti pubblici che spesso sono sparsi a pioggia in tante occasioni; gocce capaci di fare andare avanti chi se lo merita, chi è una risorsa per Milano e l'Italia. Non entriamo nello specifico delle responsabilità politiche, diciamo solo che la Verdi deve andare avanti: il tutto esaurito dei suoi concerti e gli applausi fragorosi di ieri sera ne sono la testimonianza.
Seconda parte con protagonista assoluta l'Orchestra Verdi diretta da Oleg Caetani, reduce dalla brillante performance fornita nel concerto di Chopin. La Verdi si è cimentata nel Manfred di Caikovskij, opera di rara esecuzione in teatro e, ad onore del vero, di tragica bellezza. Ottima è stata la direzione di Caetani, che da tempo collabora con l'orchestra (notevole infatti l'intesa): la sua direzione è stata sempre precisa ed attenta, capce di enfatizzare i momenti tragici come quelli di maggiore lirismo. Ancora una volta la Verdi si è confermata un'orchestra giovane, intraprendente, valida in tutte le sue compagini, trascinante nell'entusiasmo e nella gioia di far musica insieme che sa comunicare.
A nostro parere la migliore orchestra che abbia Milano, per qualità delle esecuzioni, numero di concerti, ampiezza del repertorio, volontà di crescere, entusiasmo nel suonare, capacità di richiamare grandi solisti, come nel caso del concerto di ieri sera. Che dire allora quando si apprende che la Verdi, che finanzia buona parte della sua attività con i fondi degli abbonamenti, dei biglietti e dei soci, non versa in una buona situazione economica, non certo perché ha scialacquato denaro, ma perchè un'orchestra costa, ed è doveroso che chi di dovere la supporti ed invece non lo fa? Che dire del fatto che i suoi orchestrali sono da mesi senza stipendio? Per lo più che alla Verdi basta poco per andare avanti, gocce nel mare dei finanziamenti pubblici che spesso sono sparsi a pioggia in tante occasioni; gocce capaci di fare andare avanti chi se lo merita, chi è una risorsa per Milano e l'Italia. Non entriamo nello specifico delle responsabilità politiche, diciamo solo che la Verdi deve andare avanti: il tutto esaurito dei suoi concerti e gli applausi fragorosi di ieri sera ne sono la testimonianza.
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